Patrimonio culturale di Capaccio

 

Siti Archeologici e Musei

Monumenti

Chiese

 

 1

Area Arecheologica di Paestum

 

 

 1.1

 Il Tempio di Nettuno

 

 

 1.2

 La Basilica

 

 

 1.3

Il Tempio di Cerere 

 

 

 1.4

 La Cinta Muraria

 

 

 2

Il Museo Archeologico Nazionale di Paestum

 

 

 3

 Sito di Hera Argiva

 

 

 4

 Museo Narrante

 

 

 5

 Museo dei materiali minimi

 

 

 6

 

 Torre di Paestum

 

 7

 

Capo di Fiume

 

 8

 

Capaccio Vecchia

 

 9

 

 

 Madonna del Granato

 10

 

 

Basilica Paleocristiana

 11

 

 

Getsemani

 12

 

 

Chiesa di San Pietro

 13

 

 

 Convento dei Frati Minori

 14

 

 

Chiesa di San Vito

 15

 

 

 Chiesa di Santa Maria Goretti

TOT.

5

3

7

 

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L'Area Archeologica di Paestum (vedi mappa)

 

L'Area Archeologica di Paestum è localizzata nel territorio del comune di Capaccio ed il suo sito è diventato patrimonio dell'UNESCO nel 1995. Come molte altre città dell 'Italia antica, Paestum fu abbandonata lentamente, senza distruzioni. Anzi, ancora per qualche secolo dopo la fine dell'Impero romano la Chiesa, che aveva occupato anche qui le strutture degli antichi templi, era riuscita ad assicurare la sopravvivenza di una parte assai ridotta dell' abitato, intorno al cosiddetto tempio di Cerere. Ma la malaria e le incursioni saracene avevano decretato la fine anche di questo residuo di vita entro la cerchia delle antiche mura. Negli anni successivi tutti avevano dimenticato la colonia greca ed i suoi templi dorici ormai ricoperti di vegetazione, tranne pochi viaggiatori che si avventuravano in queste terre ormai senza strade.

La prima riscoperta delle antichità di Paestum risale al Rinascimento, nel 1524 l'erudito napoletano Pietro Summonte che descrive lo stato di totale abbandono delle rovine.  Bisognerà attendere il XVIII secolo perché l'interesse per la città si riaccendesse e nuove ricerche si avviassero, nel 1700 si crearono due correnti contrapposte sulla sorte di Paestum. Da un lato Matteo Egizio, bibliotecario di corte, concordava (nel 1733) con l'entusiasmo per le rovine pestane per la loro bellezza e la storia che rappresentavano. Dello stesso parere era il conte Felice Gazola, i cui rilievi furono diffusi da studiosi italiani e stranieri prima di confluire nella monografia di Paolo Antonio Paoli "Le rovine della città di Pesto..." (1784).

Dall' altro lato l'architetto Ferdinando San felice chiedeva invece a Carlo di Borbone nel 1740 di utilizzare i templi come una cava di pietre a buon mercato, per la costruzione della Reggia di Capodimonte. Tra i due schieramenti si inseriva la proposta del salernitano Gennaro Mangoni che nel 1755 suggerì a Ferdinando IV l'idea di ricostruire la città antica per farne un "Real Sito" per la residenza del sovrano. Sull'onda dell'entusiasmo per la riscoperta dello stile dorico (i templi Grechi non erano ancora inaccessibili) proprio da questi primi rilievi di Paestum e da quelli dei templi siciliani vinse la corrente che voleva riportare a un nuovo splendore le rovine di Paestum, il cui maggior esponente, J. J. Winckelmann aveva visitato la città nel 1758. Ma l'evento chiave fu, pochi anni dopo, la costruzione della Regia Strada delle Calabrie (1778­1812): lo scavo di Paestum come impresa "di regio conto" diventava ormai possibile. Anche perché, oltre ai templi, Paestum restituiva antichità interessanti, armi di bronzo e soprattutto i pregiati "vasi etruschi".

Per tutto il resto dell'Ottocento si alternarono occasionali scavi nella necropoli e più rari interventi di restauro ai templi. Il primo progetto di restauro fu del 1805 a cura d'Antonio Banucci, s'iniziò dal tempio di Nettuno, danneggiato da un fulmine per poi occuparsi ventitre anni dopo (1828) del tempio di Cerere. Ma l'archeologia napoletana, troppo legata ai siti vesuviani, restò per tutto il secolo fondamentalmente indifferente agli scavi di Paestum, fino a quando il grande Paolo Orsi, commissario straordinario al Museo di Napoli, non indicò risolutamente l'orizzonte magnogreco come strategico per il futuro dell'archeologia meridionale. Toccò al Soprintendente Vittorio Spinazzola raccogliere questo invito.

Nel 1907 egli iniziò una grande campagna di scavi intorno ai templi di Paestum riportando alla luce un notevole tratto della strada antica che costeggia il santuario urbano; una sua seconda campagna, nel 1921-22, produsse un colossale sterro di oltre 65.000 metri cubi di terreno. L'opera fu ripresa tra il 1928 e il 1939 da Amedeo Maiuri in collaborazione con l'Ente per le Antichità e i Monumenti della Provincia di Salerno con scavi estensivi alle mura, alle porte, alla rete stradale, intorno al tempio di Cerere.

Gli scavi furono aperti al pubblico nel 1949, ancora oggi si continua scavare per riportare alla luce nuovi reperti archeologici. La pianta della città antica è rettangolare con un angolo smussato, per cui le mura descrivono un pentagono irregolare di circa 4.750 metri di perimetro con quattro porte in corrispondenza dei punti cardinali e vent' otto torri quadrate e circolari inglobate.  Delle torri restano oggi pochi ruderi. Soltanto nell'angolo sud-est e sul lato meridionale si possono osservare due belle torri quadrangolari, frutto, in gran parte, di un restauro ottocentesco. La cinta muraria si estende per quasi cinque chilometri. La sua cronologia è ancora oggetto di discussione. Nondimeno si può affermare che è il risultato di successive modifiche che vanno dal IV sec. a.C. all'età romana. Esse hanno uno spessore compreso tra i 5 e i 7 metri e sono composte da grossi blocchi parallelepipedi di calcare. Due strade principali attraversano la città, intersecandosi ad angolo retto:

Il Cardo congiunge la Porta Aurea a nord, dove inizia la via dei Sepolcri, con la Porta della Giustizia a sud. Il Decumano collega Porta della Sirena a est, con la Porta Marina a ovest.

Al centro si estende l'area pubblica, di due epoche distinte: quella greca del V sec. a.C. e quella romana. Quest'ultima aveva qui il suo foro, il tempio della triade capitolina, la basilica; alle spalle del foro si ergeva l'anfiteatro e un ginnasio ellenistico munito di una grande piscina. Entrando dall'ingresso adiacente al tempio di Nettuno, ci si immette nel santuario meridionale della città, all'interno del quale si trovano numerosi edifici sacri ed installazioni per il culto (tempietti, altari e depositi votivi) dove venivano raccolti i doni dei fedeli per le divinità. L'area sacra è dominata dalla mole dei due imponenti templi dorici, il Tempio di Nettuno e la così detta Basilica.

Aperta tutti i giorni (tranne 1 gennaio 25 dicembre) dalle ore 9.00 a un'ora prima del tramonto;

costo del biglietto:

** Area archeologica Euro 4,00,

** Museo Euro 4,00,

** Museo e area archeologica Euro 6,50,

** Ingresso gratuito per i cittadini dell'Unione Europea minori di 18 anni e maggiori di 65 anni,

** Biglietto ridotto al 50 % studenti dai 18-25 anni, cittadini dellÍUnione Europea.

Prenotazione biglietti e informazioni Tel.0828.722654.

Il tempio di Nettuno

 

Il Tempio di Nettuno  è il meglio conservato tra gli edifici attuali della Magna Grecia. È stato così chiamato perché si riteneva che, essendo il più imponente della città, fosse dedicato alla divinità che dava nome alla polis, cioè Poseidon/Nettuno. Esso sorge su di un crepidoma (base) di tre gradini e conta sei colonne sulla facciata e tredici sui lati lunghi costituendo il modello ideale del tempio dorico di età classica. Le colonne in calcare locale, alte quasi nove metri, sono solo leggermente ristrette alla sommità rispetto alla base, mentre appare poco accentuato il rigonfiamento centrale (éntasis), assai più pronunciato nelle colonne della vicina Basilica. Ben ventiquattro scanalature contribuiscono a snellire i pilastri. Alle tre profonde incisioni orizzontali corrispondono poi, sul soprastante echino, quattro anelli a rilievo. Sopra l'abaco, la mensola di forma quadrata che sovrasta il capitello, poggia il primo elemento della trabeazione orizzontale, l'architrave, formato da due blocchi affiancati e decorato in alto da una fascia sporgente (taenia) da cui pendono, sotto ogni triglifo, dei listelli (regulae), ornati in basso da sei "gocce" (guttae) cilindri che scolpite nella pietra.

La Basilica

 

La Basilica  situata nella parte più meridionale della città, fu così chiamata dai primi archeologi del Settecento, i quali la credettero che era un edificio di età ellenistica. Si tratta, in realtà, di un tempio dedicato a Hera, il primo ad essere costruito a Paestum, verso la metà del VI secolo a.C. L'edificio ha la forma di un periptero enneastilo, cinto da un porticato che conserva tutte le cinquanta colonne doriche originarie: nove su ciascuno dei lati corti e diciotto nei lati lunghi. La forte rastrematura, l'accentuata éntasis, l'échino dei capitelli molto rigonfio e l' anthémion (corona a foglie verticali) sotto l'échino con tracce di colorazione, attestano l’arcaicità della costruzione.

I capitelli presentano una corona di foglie bacellate nella parte bassa; alcuni di essi presentano pure una fascia decorata a palmette e fiori di loto. Nulla si sa dell'aspetto esterno del fregio, delle parti in pietra della cornice, dei frontoni. Sono pervenuti, invece, molti elementi del rivestimento in terracotta, dipinto a colori assai vivi, delle sezioni più alte della Basilica. Sulle colonne posa l'architrave, atta a sostenere il fregio di metope (spazi quadrati posti fra i triglifi ed i capitelli abbelliti con fregi architettonici generalmente di argomento mitologico) e triglifi (decorazioni situate tra due metope), solo parzialmente conservato nella parte interna. Il tetto e il frontone sono caduti. La cella interna (naos), rialzata sul piano del portico, è divisa in due navate da sette colonne nell'asse lungo. Essa presenta un prònaos in antis, composto da tre colonne, inquadrate tra due pilastri, i quali hanno i capitelli a forma di gola e, come le colonne, presentano l' éntasis. Davanti al tempio è situato il grande bòmos, l'altare dei sacrifici, in gran parte conservato, con accanto il bòthros, il pozzo sacrificale quadrato, nel quale venivano gettati i resti dei sacrifici.

Il tempio di Cerere

 

Il tempio di Cerere  è posto all'estremo limite settentrionale della parte sud della città, diviso dalla Basilica e dal tempio di Nettuno dal quartiere dei Foro. Come nel caso della Basilica, il tempio deve il suo nome agli eruditi del XVIII sec. Ma, come si è riscontrato dal rinvenimenti di alcune immagini della dea raffigurata in armi, esso era dedicato ad Athena. Un'iscrizione con dedica a Minerva (la dea che, com'è noto, nel pantheon latino corrisponde ad Athena), afferma la continuità del culto anche in età romana. Di certo dovette essere il più conosciuto e frequentato tra i templi di Paestum, anche nei periodi di maggiore decadenza (tant'è vero che si è dovuto liberarlo da un piccolo agglomerato che gli era sorto accanto per portare alla luce altre costruzioni d'epoca greca) . Il tempio fu costruito intorno al 500 d.C., dunque circa un cinquantennio dopo la Basilica.

Oltre alle fondazioni di un tempio arcaico (580 a.C.), sono visibili gli avanzi di un portico, l'altare di fronte al tempio e una colonna isolata, ricostruita in epoca moderna. L'edificio sacro rappresenta al meglio la fase di transizione dall'architettura di età tardo-arcaica a quella classica. La struttura è caratterizzata dal mirabile equilibrio tra pianta ed alzato, dall' armonico rapporto tra il volume della cella e la peristasi (sei sulle fronti e quattordici sui lati lunghi), dai capitelli del pronao, dalla linea del frontone. Il pronaos fungeva da ingresso alla cella vera e propria, concepita come un'ampia sala dalle armoniose proporzioni interne, dove, era la statua della divinità venerata. Due monumentali scale conducevano alle zone alte della cella, la qual cosa implicherebbe la partecipazione dei fedeli ad azioni rituali nella parte più sacra del tempio, la sede del simulacro della dea, contrariamente a quanto affermano le fonti letterarie antiche, le quali descrivono i templi come interdetti alle pratiche dal culto collettivo, pratiche che avevano luogo all'aperto, presso l'altare. I capitelli del colonnato esterno erano ornati da corone di foglie in rilievo, originariamente colorate in rosso e blu, alternate e arricchite in alcuni punti con applicazioni di lamina di bronzo dorato. La pesante trabeazione, meglio mantenuta sui soli lati frontali, è composta da una trave liscia di blocchi giustapposti e bordata da una sequenza di modanature a rilievo, alcune dalle quali in arenaria.

Essa è sormontata dal fregio di metope e triglifi. Le cornici oblique dei frontoni (su quello orientale è meglio visibile il restauro in mattoncini del 1828) avevano un soffitto a cassettoni di pietra, al cui centro erano applicate, mediante grappe di piombo, rosette e stelle in arenaria. Qualche elemento di esso è visibile sotto la tettoia a ovest del tempio. I resti della cornice, di gronda con teste di leone in funzione di gocciolatoi, si possono ammirare insieme ad altri elementi architettonici dell' edificio, nella sala del museo dedicata all'intero santuario settentrionale. Resta da dire che, nella tarda antichità, il tempio fu trasformato in chiesa cristiana per i pochi abitanti rimasti.

La Cinta Muraria

 

La cinta muraria di Paestum si sviluppa per 4750 metri con uno spessore medio di cinque metri (con un massimo di sette), assumendo la forma di un pentagono il cui lato minore è rivolto verso la costa. Essa costituisce uno dei più grandiosi e meglio conservati sistemi di fortificazione tra quelli delle città della Magna Grecia. Costruita, in età greca, lungo il margine di una terrazza calcarea anticamente un po' sopraelevata rispetto alla pianura circostante, fu rinforzata e modificata in epoca lucana e romana. Nel loro impianto attuale le mura sono formate da più cortine murarie addossate l'una all'altra, da torri a pianta circolare, semi circolare e quadrata ed attraversate da numerosi piccoli varchi in corrispondenza delle vie interne in modo da permettere sia sortite in caso di guerra sia un più facile accesso in tempo di pace. Tali varchi, le cosiddette postierle, sono del tipo architraviato ad arco formato da due conci tagliati e accostati. In corrispondenza di ciascuno dei quattro punti cardinali e delle due arterie principali della città, si aprono quattro grandi porte: a est è Porta Sirena, a ovest Porta Marina, a nord Porta Aurea, a sud Porta Giustizia.

Porta Sirena, databile ai primi tempi della colonia romana, è così chiamata a causa della chiave di volta ornata sul lato esterno da un bassorilievo raffigurante una Scilla con due code di pesce (erroneamente interpretata come una sirena in un'epoca in cui non se ne conosceva l'esatta iconografia).

 Meno facilmente databile è invece Porta Marina, la quale si caratterizza per i corpi di guardia ai lati di un cortile fra la porta esterna e quella interna; tuttavia l'uso della tecnica a blocchi squadrati la fa considerare non posteriore alla fine del III secolo a.C.

Porta Aurea, anch'essa presumibilmente della stessa epoca, è fiancheggiata da un profondo fossato.

Porta Giustizia, infine, sorgeva nei pressi del ponte, del quale si conservano ancora i resti, sull' antico fiume Salso.

Il Museo Archeologico Nazionale di Paestum

 

Il Museo Archeologico di Paestum fu costruito agli inizi degli anni '50, e venne inaugurato il 27 novembre del 1952. Suoi promotori furono soprattutto Paola Zancani Montuoro e Umberto Zanotti Bianco i quali lo vollero per esporvi gli straordinari reperti trovati nell' area: metope, capitelli e materiale vario. Museo presenta la storia dell'intero territorio attraverso una serie di documenti che vanno dalla preistoria al medioevo: dalla Necropoli di Gaudo alle metope dell'Heraion (le quali sono uno dei cicli scultori arcaici più importanti e più interessanti del mondo antico); dai vasi attici di importazione a quelli di fabbricazione locale, dai reperti del sacello sotterraneo agli affreschi tombali lucani al materiale romano.

Esso è composto da una superficie complessiva di 5.784 metri quadri, di cui 178 m. adibita a depositi e di 500 m. di giardini. Sono presenti dieci sale così ripartite:

Tra i reperti custoditi nel museo quello forse più famoso è la Tomba del Tuffatore. Si tratta di una tomba a cassa, rinvenuta a Poseidonia nel 1969, che rappresenta la più antica testimonianza di pittura parietale nota di una città greca. La tomba è databile attorno al 480-470 a.C., sia per lo stile che per la lekythos attica deposta all'interno come oggetto di corredo per il defunto.

Sito in via Magna Grecia aperto tutti i giorni dalle ore 9.00 alle ore 19.00 (tranne il primo e il terzo lunedì del mese, 1 gennaio e 25 dicembre);

Prenotazione biglietti e informazioni  Tel. 0828/811023

Sito di Hera Argiva

 

I resti di un centro arcaico dedicato ad Hera Argiva. Nella mitologia greca la dea Hera era la  consorte di Zeus e regina di tutti gli déi, è una divinità primaria dell'universo religioso greco antico. Ella raccoglie in sè una pluralità di caratteri ed è adorata ed invocata con una molteplicità di appellativi. La dea, soprattutto, sovrintende alla fertilità umana e naturale, è protettrice delle greggi e dei raccolti (il suo animale sacro è il bue, difatti, è definita la "Dea dagli occhi di vacca"), inoltre, custodisce la famiglia. Il suo culto nasce ad Argo - da qui il nome di Hera Argiva - e la tradizione attribuisce ai leggendari Argonauti, guidati da Giasone, la sua diffusione al di fuori della città greca nonché la fondazione di numerosi santuari a lei dedicati, tra cui quello di Foce Sele.

Furono rinvenuti dei resti del tempio a lei dedicato, nei pressi della riva sinistra del Sele nel 1934. All'interno del recinto sacro sono visibili i resti di un grande tempio dedicato alla "nutrice di giovani valorosi", Di quest'area, la cui fabbricazione incomincia agli inizi del VI sec. a.C. ad opera di un gruppo di Sibariti, non rimangono che le fondazioni dei cinque edifici: un grande tempio, un piccolo edificio rettangolare - il cosiddetto thesauros (luogo dove si conservavano le offerte votive) -, due altari a podio per il sacrificio di animali durante i riti sacri e, infine, un edificio quadrato detto "delle vergini tessitrici". Nel corso degli scavi, sono venute alla luce oltre settanta metope incise che costituiscono uno dei cicli più complessi dell' età classica. Di tali decorazioni circa quaranta sono più antiche (seconda metà del VI sec. a.C.), scolpite nell'arenaria locale e realizzate con linea di contorno. Esse raccontano le vicende dei grandi eroi greci: Eracle, Achille, Giasone, Ulisse, Oreste. Di nessuna di esse si può assicurare con certezza documentaria l'appartenenza ad un particolare edificio del santuario. Le altre metope, stilisticamente diverse, sono realizzate quasi a tutto tondo e raffigurano giovani donne in atto di danzare.

Grazie alle campagne di scavo sono tornate alla luce un'infinità di doni votivi (soprattutto statuette in terracotta), che, se non potevano essere contenuti nel thesauros perché troppi, erano raccolti e sepolti in fosse (stipi) o conservati in celle sotterranee (favisse). Nel 1934, fu scavata una enorme discarica votiva in cui s'individuarono circa seimila oggetti: statuette fittili raffiguranti piccole teste, busti femminili, figure offerenti, frutta, fiori, colombi, eroti, tipologie di donne-fiore (donne che recano un fiore sulla testa); pochi vasi e piccoli oggetti in bronzo. Il materiale risale al IV-II sec. a.C., ma monete di età romana fanno presupporre che la fossa sia stata in uso fino al II sec. d.C.

 Nel 1936, si rinvenne un deposito votivo composto da cinque loculi costruiti con lastroni quadrangolari. I doni erano sistemati all'interno di essi ed erano coperti da lastroni. Anche il terreno circostante era ricco di offerte votive accompagnate da tracce di bruciato, il che fa pensare a sacrifici offerti al momento della deposizione degli ex voto. Il materiale è databile tra la fine del VI e gli inizi del II sec. a.C. Inizialmente, l'area del Sele venne sacralizzata erigendo un semplice altare di terra e ceneri. Alla fine del VI sec. a.C., il santuario venne monumentalizzato con la costruzione del grande tempio e due imponenti altari. L'occupazione dei Lucani portò all'innalzamento di due nuovi spazi di accoglienza e un edificio quadrato dove fanciulle aristocratiche trascorrevano il tempo di preparazione alle nozze tessendo il peplo da donare alla dea.  Qui sono stati rinvenuti oggetti femminili: piccoli gioielli in oro e corallo, vasetti portaunguenti, forme vascolari tipicamente nuziali ed una statua di Hera, l'unica in marmo, seduta in trono con melograno in una mano ed una patéra per le offerte nell'altra. Quest'ultima ha costituito il modello per le migliaia di statuette fittili prodotte nel V sec. a.C. a Paestum.

Il culto di Hera perseverò fino all'avvento del cristianesimo quando si verificò una significativa trasformazione: sul colle Calpazio, infatti, si sviluppò la devozione della Madonna del Granato, riprendendo l'iconografia della dea assisa in trono con il melograno. Un'immagine sacra ancora oggi venerata. Dopo gli ultimi interventi di età romana ed il successivo abbandono, il santuario  venne ricoperto dalle paludi.

Si è ricostruito al computer il tempio maggiore dedicato alla dea Hera Argiva, tale tempio era di dimensioni imponenti.

Museo Narrante

 

Nei pressi del santuario di Hera alla foce del  fiume Sele è stata realizzata una nuova sede espositiva alla quale si è attribuita la definizione di Museo Narrante. Questa è stata inaugurata nel 2001 in linea con il più vasto progetto di sistemazione dell' area archeologica che prevede l'inscindibilità della funzione espositiva/narrativa del museo con la fruizione del sito archeologico stesso. Il museo narrante completa l'offerta culturale capaccese ed è destinato a diventare un nuovo polo di attrazione archeologica.

Il museo è stato edificato nei locali della Vecchia Masseria, una casa colonica dell'Ente di Bonifica risalente agli anni '30 del secolo scorso. Successivamente, divenuto un edificio di proprietà demaniale, vi si erano riposti i materiali scoperti nelle prime esplorazioni archeologiche. Data la sua posizione all'interno dell'area si offriva come il luogo ideale per descrivere la storia del santuario. La struttura è stata totalmente restaurata grazie ad un  progetto di recupero funzionale e avviato, alla fine degli anni '80, dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici delle province di Salerno, Avellino e Benevento. Essa ricade nell'area vincolata del Ministero per i Beni e le Attività Culturali ed è stata assegnata alla Soprintendenza di Salerno.

Tramite il museo narrante si è mirato a realizzare un luogo che raccontasse le origini del santuario, aiutando a comprendere dai pochi resti quale era l'aspetto originario del tempio dedicato ad Hera Argiva. Il luogo espositivo è stato definito "narrante" perché utilizza nuovi strumenti della comunicazione: ricostruzioni tridimensionali, filmati, effetti sonori e pannelli illustrativi relativi ai ritrovamenti archeologici, alle ipotesi formulate sulla provenienza delle numerose lastre archeologiche ritrovate, alle ricostruzioni delle invocazioni alla dea delle donne che offrivano doni votivi.

Nella grande sala, un tempo adibita a stalla della vecchia masseria, è narrata la storia del ritrovamento delle metope e le diverse ipotesi circa la loro collocazione quale fregio per un edificio del Santuario, nonché le storie dei miti su di esse raffigurate. Trentasei metope arcaiche sono state, infatti, poste ad altezze diverse. Nel corso degli scavi sono venute alla luce oltre settanta metope scolpite le quali costituiscono uno dei cicli lapidei più complessi dell'Occidente antico. Di tali decorazioni circa quaranta sono più antiche e databili intorno alla prima metà del VI secolo a.C., scolpite nell'arenaria ed opera di maestranze locali, permettono di riconoscere diversi personaggi raffigurati e di comprendere il racconto o la leggenda di cui narrano gli scrittori antichi (esse raccontano le vicende di Achille e della Guerra di Troia, di Giasone e degli Argonauti, di Ulisse naufrago tra Scilla e Cariddi, di Eracle mentre combatte i Centauri e i Sileni).

Tra le varie ricostruzioni vi sono anche le diverse fasi della ricerca. Dai primi scavi di P. Zancani Montuoso e U. Zanotti Bianco, degli anni 1934-1949, a quelli degli anni 1950-1962, fino alla recente ripresa degli scavi ad opera della Soprintendenza Archeologica delle province di Salerno, Avellino e Benevento in collaborazione con Juliette de La Geniére dell'Università di Lille e Giovanna Greco dell'Università degli Studi di Napoli Federico II. Queste sono ripercorse attraverso filmati, foto e disegni d'epoca, mentre, su uno schermo posizionato sul pavimento, una ricostruzione accelerata delle fasi di scavo permette al visitatore di trovarsi come sul bordo dello scavo e di partecipare alla scoperta dei diversi edifici facenti parte del tempio.

 Le trasformazioni del santuario nel corso dei secoli sono rappresentate in un grande plastico virtuale che propone al visitatore una sorta di cronistoria a partire dall' età del ferro, epoca in cui la piana del Sele era abitata da popolazioni indigene, sino all'età romana, consentendo di visualizzare lo sviluppo e la decadenza del complesso santuariale da quattro postazioni multimediali, corrispondenti ad altrettanti punti di vista. Attraverso successive vedute di ricostruzione tridimensionale del sito archeologico, si viene così condotti dal primo rudimentale impianto (datato nei primi decenni del VI secolo a.C.) alla fase della vera e propria monumentalizzazione del santuario (fine del VI-inizi V secolo a.C.), alla fase c.d. lucana, per giungere sino alla colonia latina del 273 a.C.  La ricostruzione multimediale è integrata dalla pannellistica che illustra i vari edifici pertinenti il santuario con il supporto di mappe ed assonometrie cui si aggiunge la puntuale spiegazione delle diverse ipotesi di ricerca sviluppatesi durante le successive fasi d'indagine.

Nei due silos della masseria trovano posto anche le tante statuette votive rinvenute nel santuario. Si tratta, dunque, di una formula di musealizzazione innovativa in grado di unire ricerca archeologica, capacità espositiva, ricostruzione ambientale ed installazioni narranti. Resta da dire che il museo narrante dispone di un servizio gratuito di accoglienza ai visitatori. All'interno di questa iniziativa, coordinata dalla soprintendenza, collabora la Kosmos-Archeo Service, società privata che gestisce il servizio ed organizza varie manifestazioni collaterali. Nel 1987 la Soprintendenza ha dato il via alla sistemazione dell'area e alla ripresa degli scavi.

Il museo di arte contemporanea - materiali minimi (MMMAC) di Paestum

 

 Nato nel 1993 a Paestum, per iniziativa dell'artista Pietro Lista, il MMMAC raccoglie una vasta collezione di "materiali minimi", ossia di quelle espressioni artistiche che vanno dai disegni, agli abbozzi, agli schizzi improvvisati, a tutta una produzione, da cui non si  approda necessariamente a un progetto preciso o a una determinata opera. Maria Cristina Di Geronimo ne è la direttrice e coordinatrice.

Torre di Paestum

 

La presenza di fortificazioni sulla costiera cilentana è da ricercarsi nella minaccia dei barbareschi che nei secoli XVI e XVII aveva posto gli abitanti della costiera sotto un continuo incubo. Sorgeranno così torri in tutti i punti strategici, dislocate, generalmente, ad un miglio l'una dall'altra. Ma chi potenzierà al massimo il settore della difesa delle coste meridionali sarà il Viceré don Pietro di Toledo. Egli ordino la costruzione di una catena ininterrotta di torri costiere situate sulle spiagge, sulle rupi e alle foci dei fiumi, perché in tempo di pericolo gli abitanti, avvertiti, potessero mettersi in salvo. Il piano difensivo del Toledo, sarà portato a termine soltanto nella seconda metà del secolo XVI dal suo successore, Viceré don Parafan de Ribera. Tra la fine del secolo XVII e l'inizio del XVIII, sulla costa del Cilento (da Capaccio a Sapri) erano state costruite 57 torri. E’ la torre di vedetta costruita sulla costa di Capaccio, è una di esse, ha una forma circolare alta una 10 di metri.

Capo di Fiume

 

Capo di Fiume era considerato, dai coloni greci, come una normale sorgente d'acqua. Attualmente nell' acqua si vede una colonna rimasta all'impiedi di un piccolo tempio, altri resti di tale tempio sono al disotto dell'acqua, indicano che questo tempio era dedicato a Persephone (una figlia di Demetra, la quale era sorella di Zeus e di Hera, Demetra era la Dea della fertilità della terra, il suo nome Romano era Cerere). Tale area oggi non è di proprietà dello Stato italiano, infatti è un area pic-nic per turisti.

Capaccio Vecchia e Madonna del granato

 

A 1.082 metri sul livello del mare sorgeva, sul monte Calpazio, Capaccio Vecchia.  Nell'877 d.C. fu annientata Paestum da parte dei Saraceni, la gente sfuggita all'eccidio, si rifugio sul monte Soprano, dove costruì un nuovo centro abitato, Capaccio (Capaccio Vecchia), era delimitata da mure di cinta, vi un era il castello e un santuario, all’interno delle mure si era un micro-ambiente, vi erano numerose abitazioni, si coltivavano ortaggi, si allevavano animali. Nel 1247 Capaccio Vecchia fu distrutta dalle armate di Federico II, per aver dato ospitalità alla congiura dei baroni contro l'imperatore. I sopravissuti alle armate del re si diressero al vicino villaggio di S. Pietro, diedero avvio al  un nuovo centro cittadino, Capaccio Nuova. Oggi di Capaccio Vecchia e del suo passato restano solo le rovine del castello, le cui strutture risalgono al XV secolo, mentre tutto il resto delle mure di cinta e delle abitazioni sono completamente scomparse, mentre il santuario ha resistito al tempo.

Le origine dell'antica cattedrale di S. Maria del Granato sono antichissime, alcuni storici hanno supposto che l'antica Cattedrale di Capaccio fosse stata edificata sui ruderi del tempio di Hera Argiva. Pezzi di colonne ed un capitello dorico­arcaico prelevati dal sottosuolo antistante il Santuario sembrano confermare la sovrapposizione dei due culti. La tradizione popolare di portare ceri dentro un piccolo scafo di una barca (le cente) riecheggia antichi rituali legati al culto di Hera. Ma laddove la dea olimpica è raffigurata con in mano una melagrana chiusa, simbolo dell'utero e della generazione, la Madonna, invece, è effigiata col frutto aperto, simbolo della Grazia  Quando fu costruito il santuario (X secolo ) era venerata la Madre di Dio con il titolo di S. Maria Maggiore, diventò  la diocesi di PAESTUM-CAPACCIO, essendo la residenza del vescovo. Intorno XIV secolo subentrò il titolo di S. Maria del Granato (ne fanno testo alcuni sarcofagi episcopali conservati nella cripta della cattedrale di Salerno).

Il santuario e in stile romanico è suddiviso in tre navate terminanti in altrettante absidi: la struttura odierna e il risultato del restauro del 1708 ad opera del vescovo di Capaccio Mons. Francesco  Nicolai. D’ammirare sono anche: il pulpito marmoreo (XV secolo), l'ampio finestrone dell'abside maggiore (XIII secolo), un'urna marmorea in cui nel 954 furono riposte le reliquie di S. Matteo apostolo, ora conservate nel duomo di Salerno. Nel 1836 un altro vescovo di Capaccio Mons. Michele Barone diede inizio alla costruzione di un edificio contiguo al santuario, per accogliere il clero.  Il 23 marzo 1991 Sua Eccellenza Mons. Giuseppe Rocco Favale, Vescovo di Vallo della Lucania riconsacrava l'altare maggiore, dopo un il restauro dell'antico Santuario, durato circa un Ventennio. Oggi conserva il Santuario un religioso carmelitano dell'Antica Osservanza, desideroso di fondarvi una comunità eremitica che viva nell'ossequio di Cristo sull'esempio di Maria,  padre Domenico Maria Fiore, un eremita della provincia di Napoli.

Basilica Paleocristiana detta anche Chiesa dell’Annunziata

 

Tale Chiesa è adiacente al Museo Archeologico di Paestum, una struttura con antichissime colonne e di rifacimento barocco. Per far venire alla luce il pavimento originario sono stati effettuati scavi di 2 metri, ed oggi si accede alla chiesa mediante una scala.

Il Santuario del Getsemani

 

 È un moderno complesso architettonico religioso, ubicato in collina alle spalle della piana di Capaccio, da lì è possibile ammirare uno splendido panorama, che va: dalla piana del sele, al golfo di Salerno, alla costiera amalfitana e l’isola di Capri, e verso sud al promontorio di Agropoli. I lavori per la sua realizzazione iniziarono alla fine degli anni 50, la struttura è stata aperta al pubblico nel 1959 e attualmente comprende un esteso parco, una casa spirituale, un chiostro, la chiesa superiore e la cripta.

Il santuario è ricco di opere d'arte eseguite in stile moderno; sul piazzale vi è una statua di bronzo della "Madonna della Luna", è stata eretta nel 1971 a ricordo della missione americana sulla luna del 1969; nella chiesa superiore, sui vetri della cupola, vi sono le raffigurazioni della Vergine Assunta circondata da cinquanta Santi dell'Italia meridionale, e il cammino spirituale dell'uomo;  al centro vi è un’apertura a forma di stella che permette di affacciarsi sulla cripta sottostante; sulle pareti del chiostro una Via Crucis, realizzata in ceramica, richiama la Passione di Cristo. Nella cripta si può osservare la statua del Cristo in agonia, con lo sguardo rivolto al cielo e con le mani giunte in atteggiamento di supplica. Le pareti circolari della cripta sono ornate da quindici altari, i quali sono rivolti ai più famosi Santuari del sud Italia, tra cui il santuario della Madonna del Granato, la Madonna di Pompei, ect. Adiacente al Santuario si erge la casa di spiritualità con i suoi 150 posti. Nel parco c'è una Via Crucis dipinta a mano su piastrelle a, e un anfiteatro di recente costruzione.

Chiesa di San Pietro Apostolo

 

La costruzione della Chiesa si fa risalire al XVI sec., fu chiusa dopo il terremoto del 1980 per ristrutturazione, e stata riaperta al culto il 10 luglio 1993. La facciata esterna è di stile barocco, ha un portone (XVIII) sormontato da uno stemma del Comune di Capaccio. L'interno è a due navate, all’ingresso sulla sinistra vi è un pregiato Crocifisso stilizzato. L'altare maggiore, di stile barocco, costruito con vari marmi: marmo verde del Guatemala, marmo rosso di Verona, marmo antico della Sicilia, marmo di Carrara. Alla sinistra un altare, si può osservare un bassorilievo raffigurante S.Pietro, sul pavimento vi è la lapide del vescovo Lelio Morello, verso uscita è tumulato il vescovo Agostino Odoardi. 

Il Convento dei Frati Minori

 

Il Convento francescano di Capaccio fu costruito dai frati del Carmelo nel 1500, nel 1710, il convento fu dato in consegna ai Frati Francescani, ne entrarono in possesso solo nel 1723.  Nel 1866 con la nascita dell’Italia monarchica, cesso di essere un convento e fu adibito a varie funzioni sociali: carcere, scuola, Casa Comunale, Uffici.  Il convento riprese la sua funzione primordiale nel 1934.

La struttura è ripartita: da una Chiesa conventuale, da un chiostro, spazi abitativi con relative officine,  giardino, impianti sportivi.   Il cuore della struttura è al Chiostro, costruito da pilastri di pietra nei quali appoggiano archi che abbracciano un ampio spazio. Le pareti sono affrescate con episodi della vita di S.Antonio e di S.Francesco, insieme ad alcune tele del '70. Il lato nord della costruzione, preceduto da un portico profondo e arioso, è occupato dalla Chiesa. Le decorazioni si limitano ai soli capitelli dei pilastri. Il presbiterio, accoglie il coro settecentesco ed è vivacizzato da una grande tel, che ne occupa quasi interamente la parete di fondo, rappresentante l’Indulgenza della Porziuncola e da quattro tele laterali, pur esse del '700, rappresentanti S.Leonardo, S.Pasquale, S.Chiara e S.Rosa da Viterho. In fondo agli archi che si aprono nelle pareti sono collocati gli altari dedicati a S.Anna, S.Giuseppe, S.Rocco e S.Antonio, mentre sulle pareti di fondo del transetto si aprono le nicchie che accolgono le statue dell'Immacolata e di S.Francesco. A coronamento della bellezza e dell'armoniosità di questo tempio c'è un monumentale organo a canne.

 

Chiesa di San Vito

 

La Parrocchia fu costruita nel 1968 su suggerimento del vescovo Biagio D’Agostino, struttura moderna e sobria, sul lato destro sorge la canonica, mentre sul lato sinistro vi è un fabbricato polivalente adibito a funzioni sociali. La Chiesa è ubica a Piazza Santini a Capaccio Scalo.

Chiesa di Santa Maria Goretti

 

La chiesa e la canonica, di costruzione recente, hanno una superficie di 450 mq. L’interno crea una particolare atmosfera di raccoglimento, l’illuminazione è realizzata mediante una finestratura a piano di calpestio, una luce diffusa proviene dalle finestre in alto e si concentra sull’altare mentre la zona vicina all’ingresso rimane in penombra. La chiesa è dedicata a S.Maria Goretti.