Storia Capaccio-Paestum

Le prime tracce di presenza umana nell' area di Capaccio risalgono all'età del bronzo ma si limitano a pochi gruppi di cacciatori senza fissa dimora. Delle diversità culturali maggiormente significative si riscontrano, a partire dalla prima età del ferro, come dimostrano i pur sporadici ritrovamenti in grotte e ripari montani (civiltà del Gaudo). In ogni caso, non è facile distinguere tra popoli autoctoni presenti nella piana e popoli immigrati, così come non è facile identificare le nuove etnie scaturite dalla loro unione. Certo è che le immigrazioni lungo le coste del medio e basso tirreno furono numerose, come rivela l'intenso movimento di genti provenienti dall'Oriente. Enotri, Opici, PeIasgi, Ausoni, sono alcuni dei nomi che sono stati tramandati.

Agli inizi VI sec. a.c. è databile l'arrivo, massiccio, di nuovi coloni greci. Costoro si insediarono sul litorale del basso Tirreno, fondando le città di Posidonia (inizi VI sec. a.C.), Velia (metà VI sec. a.C.), Pixu, Palinuro.

A Posidonia, tra VI-V sec. a.C., furono eretti importanti edifici e l'abitato fu organizzato secondo la tipica struttura urbanistica ippodamea: una cinta muraria che si estendeva per circa cinque chilometri (la più possente e meglio conservata dell' antichità), mano a mano rinforzata, e quattro porte situate ai punti cardinali. Grazie alla felice posizione geografica, aperta alle vie di traffico, la colonia raggiunse in breve tempo un notevole grado di ricchezza e rilevanza. Il favore artistico-culturale raggiunse il suo apice nell'arco di un secolo circa nella costruzione di tre splendidi templi dorici (il Tempio di Nettuno, quello di Hera, quello di Cerere).

La presenza di coloni greci permise importanti passi in avanti per l'intera area. L'abbondanza di corsi d'acqua consentì lo sviluppo delle attività agricole, inoltre, si moltiplicarono gli scambi con gli altri insediamenti greci e con la madre patria nonché con le popolazioni vicine, come gli Etruschi, presenti sulla riva destra del fiume Sele. All'interno delle mure di cinta si costruirono molti edifici ad uso privato e pubblico ed importanti monumenti. La magnificenza della colonia suscitò mire di conquista da parte dei Lucani, popolazione italica dell'interno. Alla fine del V secolo a.C. costoro s'impadronirono della zona e Posidonia divenne Paistom o Paistos, città dei Lucani. Questi ultimi non apportarono ulteriori modifiche né al territorio né ai sistemi pre­esistenti.

Nei primi decenni del III sec. a.C., la Campania venne conquistata dai Romani i quali fondarono una colonia latina ribattezzata Paestum. La città fu abbellita di grandi edifici tra cui il portico del Foro, l'Anfiteatro ed il cosiddetto Tempio della Pace e prosperò fino al Tardo Impero. Nel 197 a.C., il console Tito Sempronio Longo condusse, nell' attuale provincia di Salerno, una colonia di 300 famiglie romane. Ad una parte di esse furono assegnati i terreni della piana, favorendo la messa a coltura del territorio. Durante la II guerra punica (218-202 a.C.), Paestum e Salernum restarono alleate di Roma a differenza di Picentina che si schierò a favore di Annibale. Sconfitto il grande comandante cartaginese, le città fedeli ottennero grandi privilegi, mentre Picentina fu distrutta ed i suoi abitanti sterminati. I terreni, abbandonati e non più coltivati, impaludarono, rendendo ardue le condizioni di vita. La costruzione, da parte del console romano Caio Popilio Lena, della strada Capua-Reggio Calabria, nel 132 a.C., attraverso le colline di Battipaglia ed Eboli, causò il sorgere di stazioni di sosta per i viaggiatori, insediamenti abitativi, ville agricole e anche di qualche domus patrizia. Ma intercorse ancora del tempo prima che nuovi e più numerosi stanziamenti permettessero il risanamento dell'area paludosa e l'impianto di coltivazioni.

La crisi sociale, economica, politica e militare che provocò la caduta dell'impero Romano d'Occidente (476 d.C.) ebbe ripercussioni drammatiche anche nel territorio pestano. Le terre ridivennero selvagge mentre le alluvioni del Sele ridussero il tutto ad una grande palude inospitale e malarica, distruggendo tutti i progressi faticosamente raggiunti nel corso di secoli. Le poche famiglie rimaste continuavano a coltivare le terre non impaludate ma erano  in balia dei gruppi barbarici che, a ondate successive, dilagavano nella penisola italica.

Nel IX d.C. secolo, i Saraceni s'installarono ad Agropoli, facendone un importante campo trincerato dal quale effettuare rapide incursioni nel territorio circostante. La popolazione fu costretta a lasciare la città rifugiandosi sui monti vicini. L'esodo dall'area urbana non fu improvviso e repentino ma graduale, consentendo l'ampliamento dei villaggi sui monti da parte di artigiani, pastori e contadini. Questi ultimi, passata la minaccia delle scorrerie, iniziarono a ritornare verso la pianura. Qui, abitando in ripari provvisori, potevano trarre più facilmente il foraggio per gli animali e lavorare la terra, rientrando nel borgo fortificato in occasione dei giorni di mercato e nelle stagioni avverse. Prima delle scorribande saracene, gli abitanti di Capaccio erano stabilmente insediati nella Piana. Mancava, tuttavia, un centro urbano intorno al quale, come in passato, gravitassero le attività del territorio. La popolazione, difatti, era dispersa in casolari disseminati nella zona, dedicandosi alla coltivazione di ortaggi e foraggio per gli animali. I ripetuti raids di gruppi armati e organizzati produssero la fuga sul monte Calpazio (collina che sovrasta Capaccio) dove nacque un centro rurale mentre la pianura fu definitivamente abbandonata lasciando la città di Posidonia nella più totale incuria.

 A questi eventi gli storici fanno risalire l'origine di Capaccio. L'abitato si trasformò in castellum (Capaccio Vecchio), vale a dire in una città con mura e porte di accesso, la chiesa come punto di riferimento non solo religioso ma anche politico ed economico, orti coltivati e case. Con il passare dei secoli, Capaccio, grazie alla posizione strategica nella quale sorgeva, assunse notevole rilevanza. I re angioini Carlo I e Carlo II, restaurarono il castrum e lo munirono di uomini e mezzi. Alla rinnovata floridezza del castello non corrispose, però, uno sviluppo dell 'insediamento civile.

Nel 1246, gli abitanti di Capaccio Vecchio, sobillati da papa Innocenzo IV, congiurarono contro l'imperatore Federico II rivendicando autonomia dai legami feudali. Dopo una strenua difesa la città fu presa e distrutta ed i profughi si nascosero nel villaggio S. Pietro. La città e il castello furono ricostruiti dagli Angioini, ma ciò non arrestò il suo progressivo abbandono con conseguente incremento della popolazione del nuovo centro (Capaccio Nuova).

Durante il periodo medievale non vi furono importanti variazioni. Capaccio era sede di un vasto feudo ed i suoi abitanti continuavano a fare la spola tra la collina, dove sorgeva Capaccio Nuova, e la Piana.

Bisogna arrivare al XIX secolo per trovare degli eventi esterni capaci di influire sulla realtà capaccese e, in particolare, al 1806 e alle riforme approvate da Giuseppe Bonaparte, tra le quali l'abolizione della feudalità, la legittimazione della proprietà privata borghese e la diffusione della piccola proprietà contadina per mezzo della così detta quotizzazione delle terre demoni ali toccate ai comuni, fatti che incisero sullo statuto economico e sociale dell'area. All'epoca delle guerre napoleoniche ed alla successiva creazione dello stato unitario il fenomeno del brigantaggio si propagò anche nel territorio di Capaccio. Esso nasceva da un diffuso malcontento ed ebbe aspetti molteplici e contraddittori, finendo per lottare, di volta in volta, contro l'esercito francese, contro i Borboni e i baroni, contro i Piemontesi.

Agli inizi del 1900 Capaccio Nuova contava circa 5.000 abitanti, per lo più artigiani e contadini, Costoro si recavano in pianura per lavorare nei latifondi fino a sera quando, con lunghe file di asini, ritornavano al paese per via Cupone. Il genere di vita dei cittadini di Capaccio non era cambiato di molto rispetto al passato. Le antiche abitudini e ritmi di vita erano rimasti inalterati. L'economia si basava esclusivamente sull'agricoltura. Le bellezza e l'importanza delle rovine di Paestum era ben nota, ma l'ostilità del territorio (la Piana di Capaccio era una zona malarica), fungeva da deterrente allo sviluppo di attività turistiche.

Nel 1926, il barone Ferdinando Bellelli ottenne la costituzione del Consorzio di Bonifica Sinistra Sele. Il Consorzio provvide al risanamento dei terreni mediante canalizzazioni, contribuì alla distribuzione delle acque per l'irrigazione e costruì anche piazze, strade, scuole ed acquedotti, favorendo il popolamento della Pianura. Si tratta di una data importante per Capaccio, rappresentando una decisiva svolta nella storia dell'area. Attraverso il Consorzio di Bonifica, venne abbandonata l'agricoltura tradizionale ed estensiva, concentrata soprattutto sulla produzione di grano, e s'inaugurò un'agricoltura moderna. Ciò costituì per i capaccesi un autentico cambiamento di rotta: aumentarono le ore di lavoro, variarono le colture, si applicò il sistema a rotazione, s'incrementarono gli allevamenti di bufalini (gli unici animali che resistevano alla malaria ed alle condizione avverse, dando un ottimo latte per la produzione della mozzarella), iniziò anche la coltivazione di pomodori e di tabacco.

Il Regime fascista, in particolare, incentivò, tramite finanziamenti, l'acquisto di macchine agricole per migliorare quantitativamente la produzione. Il ripopolamento della piana stava ora comportando un esodo inverso: dalla collina ci si cominciò a spostare in pianura, abbandonando Capaccio Nuova, mentre iniziarono a sorgere i primi borghi.

Lo sbarco degli Alleati nel '43, proprio sulle spiagge di Capaccio (Operazione "Avalanche"), e la nascita della Repubblica Italiana nel 1948, furono eventi altrettanto importanti per gli abitanti dell'area. L'arrivo degli Americani portò la bonifica totale e definitiva della zona con la sconfitta della malaria grazie all'uso del Dicloro- Difenil- Tricloroetano, il famoso DDT. Il Parlamento italiano varò il provvedimento N° 841 del 21.10.1950, denominato Legge stralcio, e che avrebbe dovuto essere un'anticipazione della riforma agraria (la quale, peraltro, non fu mai portata a compimento).

Nel dopoguerra, il territorio conobbe, quindi, un'enorme trasformazione, aumentando la produttività in maniera esponenziale in tutti i settori. All'epoca della bonifica totale del territorio, portata a termine nel 1951-'52, il numero degli abitanti era di poche centinaia di persone, tutte residenti per nascita a Capaccio. L'emanazione, il 7 febbraio 1951, del D.P.R. per lo scorporo dei terreni ai latifondisti, seguito, il 14 luglio e il 15 ottobre del 1953, dalla confisca di tutti i terreni, condusse alla divisione in "Poderi" ed all'afflusso di un elevato numero di contadini. La Riforma Fondiaria, infatti, prevedeva che, in ogni podere, vi fosse una casa colonica dotata di più accessori (stalla, concimaia, abbeveratorio, pollaio, porcile, forno). I coloni dovevano soltanto corrispondere un canone annuo per la casa e mettere a coltura i terreni.

Verso la fine degli anni '50, ossia nel pieno del boom economico italiano, Capaccio era diventato un centro di circa 6.000 abitanti. In questo periodo inizia la migrazione verso i paesi europei e verso il nord-Italia ma in questo periodo comincia anche la costruzione di strutture recettive per i turisti, sia per il turismo balneare che per quello culturale, mutando sensibilmente il paesaggio della Piana: dove prima sorgeva la palude adesso si ergevano case e palazzi. In pochi anni la piana di Capaccio era interamente coltivata ed irrigata. Ciò consentì ottimi livelli di redditività: l'agricoltura si confermò come il settore portante dell' economia capaccese mentre il turismo cominciava a farsi largo.

Nel giro di cinquant'anni la Piana pestana si è trasformata da area depressa e desolata in una delle zone agricole più ricche del Meridione d'Italia. La fertilità del territorio è dovuta alla qualità del terreno. Questo, infatti, essendo di origine alluvionale, ha una resa per ettaro superiore ad altri tipi di terreni. A ciò si aggiungono un clima mite, la disponibilità di risorse idriche, e, last but not least, una capillare distribuzione dell'acqua per l'irrigazione dei campi fatta dal Consorzio di Bonifica di Paestum. Nello specifico, l'introduzione del sistema di irrigazione "ad alta pressione", consente a tutti i consorziati di disporre dell' acqua in qualsiasi momento aumentando ancora di più la produttività. Resta da rilevare la presenza importante dei mercati generali della frutta, i cui clienti sono sia campani che calabresi e anche siciliani, soprattutto nel periodo dei carciofi, sottolineando una volta di più, ammesso che ve ne fosse bisogno, la primari età del settore agricolo per l'economia capaccese.Un quadro eccellente come si vede anche da questi scarsi cenni. Eppure si potrebbe fare di più.